Il mito del miracolo italiano
Recita Goffredo Mameli nel suo “Fratelli d’Itali” scritto nel 1948: “Noi fummo per secoli calpesti e derisi perché non siam popolo perché siam divisi?”
Alessandro Manzoni nel suo “Marzo 1821″, non è da meno: “Dividon i servi, dividon gli armenti di un volgo disperso che nome non ha.”
C’è del vero sia in Mameli che in Manzoni, prova ne è che per venirne fuori, per allinearci alle Nazioni Civili, l’Italia ha sempre avuto bisogno di miracoli e di eroi.
L’eroe Garibaldi ci portò all’unità del Paese. Quintino Sella, ministro dell’economia, nel 1876 arrivò al pareggio di un bilancio statale che era arrivato ad un debito pari a 5 volte il Prodotto interno lordo, nel 1870. I ragazzi nati nel 1899, appena diciottenni, furono determinanti nella controffensiva sul Piave nel giugno del 1918, ed alla successiva vittoria a Vittorio Veneto.
Alcide De Gasperi ci portò dalla monarchia sconfitta nella seconda guerra mondiale alla repubblica e alla democrazia nel contesto dell’occidente.
Miracoli ed eroi, eroi e miracoli è un continuo succedersi di questi due fattori.
Riusciamo sempre a salvarci per il rotto della cuffia e per le altissime qualità intrinseche degli italiani che, nonostante, una forte componente di incapaci e parassiti faccia il possibile per tenere il Paese in una crisi permanente. La crisi serve ai disonesti, agli speculatori, ai ladri per sfruttare la grande umanità e civiltà di un popolo per il loro tornaconto.
E’ questo nonostante che dovrebbe scomparire e farci diventare un Paese che non ha più bisogno di miracoli e di eroi per rimanere civile.
Il mio Paese
Il mio paese
è vecchio e sdentato
come mia madre.
E’ indulgente fino alla colpa,
remissivo fino al peccato,
arrendevole ed inerme,
ansioso ed angosciato,
debole e stanco.
Non ha il coraggio di comandare
perché ha sempre servito,
non ha la forza di punire
perché ha troppo sofferto,
non ha più lacrime per piangere
e tempo per cambiare,
è vecchio e sdentato
come lo è mia madre
ed io amo il mio paese
come amo mia madre.
I miti dei social network sono il più grosso imbroglio favorito e sfruttato dal mondo economico; partono da un’idea encomiabile di democrazia e libertà di pensiero attraverso la liberizzazione dell’etere e finiscono per imprigionare un’intera generazione in un labirinto virtuale.
Chiusi davanti ad uno schermo fluorescente, un popolo di inter-nauti, naviga, si confessa, si scambia foto, indirizzi, in un’autentica orgia multimediale.
Tutte queste masturbazioni celebrali danno l’illusione, a questa moltitudine di esseri soli e frustrati di vivere, di capire l’essenza dell’esistenza; ma non è così. Sono in ritardo dallo spazio-tempo dei viventi: come una fotografia dà sempre una rappresentazione del passato, così i social network memorizzano una realtà già trascorsa. La vita è sangue, sudore, sentimenti, ansie, paure, amore, dolore, lotta, illusioni e banalità. C’è tutto questo nei miti dei social network? NO! Ci sono solo dei click. La storia futura difficilmente si ricorderà di quei click; ma a forza di click rischiamo tutti di finire nel nulla.
Nulla
Nulla è:
essere un gatto in casa
o un cane nell’aia,
aspettare avanzi di vita
e sentire nella povertà una catena
o la pelle come un confine.Nulla è
nei monumenti e nella storia dell’uomo:
per ogni trionfo,
per i piccoli passi,
milioni di uomini
sono finiti nel nulla.
Il mito della terra promessa
Dall’esodo bibilico degli ebrei dall’Egitto verso la terra promessa della Palestina, ogni generazione ha inseguito questo mito.
“Portano i bastimenti per terre assai luntane, cantano a burdo e sun napolitane”; erano le parole di una vecchia canzone del secolo scorso.
Argentina, Brasile, Venezuela, Stati Uniti, Canada erano le mete della prima e seconda decade del secolo; Francia, Germania dal 1920 al 1940, Belgio e Svezia dal 1950 in poi.
Oggi ne siamo immuni meno che nel passato. Il cortile di vetro della televisione globale mostra in tempo reale l’erba del vicino, che come dice il proverbio è sempre più verde.
Nel 1987, l’episodio si esitngue; dagli 800 mila italiani che in media lasciavano il Paese, si arriva ad una cifra prossima allo zero.
Da quell’anno (1987) incomincia l’immigrazione, e l’Italia è una meta per molti disperati, una terra promessa.
L’ondata più consistente si ebbe per una decina di anni, dopo il crollo del muro di Berlino (09/11/1989).
Ad alcuni albanesi, sbarcati da un gommone sul suolo di Bari, un giornalista RAI chiese loro: “Che cosa vi aspettate di fare in Italia?”.
Uno si definiì pittore che si sarebbe accontentato di vendere i suoi quadri, anche a meno di 2 milioni di lire.
Un secondo, millantava di essere uno scultore, che avrebbe messo in vendita le sue opera a partire da un milione di lire.
Un terzo, aveva le idee ancora più chiare: “Che bisogno c’è di lavorare?! Io so contare i fagioli.”
“Come sarebbe?”, chiese il giornalista.
“Sì, mi sono allenato a contare i fagioli. Basta fare una telefonata a Pronto Raffaella, la trasmissione di Raffaella Carrà e se si indovina il numero di fagioli, si possono vincere decine di milioni.
L’Italia era una Terra Promessa televisiva perchè RAI 1 era captata da quasi tutti i paesi affacciati al Mediterraneo.
Oggi, ci si avvale del mezzo televisivo per dare dell’immigrazione una informazione alterata, per vari motivi, non escluso, quello elettorale.
Il fabbisogno di immigrati da destinare ai “così detti” lavori umili o usuranti è di circa 300 mila unità. 290 mila entrano tranquillamente dai nostri confini a Nord, a Est, a Ovest, sulla terraferma; circa 10 mila da Sud, via mare, su delle imbarcazioni fatiscenti, candidate spesso al naufragio.
L’opinione pubblica viene canalizzata sul canale di Sicilia, per non far sapere la vera entità del fenomeno. E’ un’ipocrisia. Negli ultimi 10 anni, gli immigrati (regolari e irregolari) sono aumentati di 3 milioni; non sono venuti tutti dal mare, ma con pulman giornalieri, voli charter e autovetture.
La televisione, subliminalmente, vende agli italiani stanchi di fare lavori manuali la terra promessa del ritocco, del lifting, eterna giovinezza che molto spesso si risolve in un disastro.
I telegiornali ci deliziano di politici, cantanti e attrici, che si sono fatti un tagliando; ma dice un adagio veneto “S’e pezo al tacon dal buso”, ossia “E’ peggio il rattoppo del buco”.
Teniamoci il buco, almeno sapremo se viviamo una realtà o una fiction.
Lifting
I solchi sul viso
di donne mature,
vissuto di amori,
peccati e dolori,
non ci sono più.Il mondo è dipinto di Rimmel;
la facciata è costume e sostanza,
finzione e funzione.Il lifting è la coperta più corta:
dagli occhi traspare la rabbia,
dai vecchi, la dura condanna
per le troppe scatole vuote,
stirate e dipinte di Rimmel.
I miti virtuali
Il mito di Stefani Joanne Angelina Germanotta, al secolo, “Lady Gaga”, è il più emblematico nel mondo dello spettacolo.
Non è bella, (l’altezza è mezza bellezza, dice un proverbio milanese); con i suoi 145 cm (155 cm, i dichiarati), oggettivamente può essere solo metà bellezza.
Non è sensuale, è avvolta in involucri di plastica, con cui ostenta una sessualità surreale ed artefatta, che sconfina nel claunesco.
Non sa cantare (non interpreta, non si propone, non seduce); il suo è un vociare ritmato indifferenziato, articolato su basi musicali tutte simili.
Però è un mito, un fenomeno del nostro tempo.
José Mourinho è un mito del calcio; quello giocato passa in seconda linea di fronte a quello televisivo. È un critico preciso e infallibile di arbitri ed avversari; la loro demonizzazione, ha come effetto collaterale un’ipervalutazione di se stesso, del proprio operato e di tutto il club.
Chiede ai presidenti della squadra che allena un organico quadruplo e di fuoriclasse per assicurarsi in ogni momento una formazione vincente e parallelamente, togliere alle altre società quei pezzi pregiati che le rafforzerebbero.
Non rimane a lungo in una società. Tirando la macchina sempre al massimo e fuori giri, se ne va prima della rottura del motore; se ne và da vincente con l’aureola del profeta e del mago.
Però lo “Special One” è un mito, un fenomeno del nostro tempo.
Tutte le attività umane sono ormai contagiate, ognuna da uno o più miti, vituali, surreali e di plastica. Sono figli della telecomunicazione, televisiva ed informatica; davanti allo schermo la realtà è deformata, degradata, asservita.
Una moltitudine di moderni iloti vengono rapiti, da uno schermo fluorescente che li priva delle quattro dimensioni conosciute per confinarli senza spazio e senza tempo nell’assurdità di un mondo virtuale.
È un mondo che crea un pensiero unico, a senso unico verso una paralisi della civiltà per l’avvento barbarie. Di chi è la colpa?
La colpa non è della TV o del computer, degli allenatori, dei cantanti o degli eletti. La colpa è degli spettatori, dei fan e degli elettori, che non contano perchè non sanno contare.
La coscienza di un popolo
Quando la confusione travolge l’ordine
e la disperazione è il quotidiano,
quando l’eco morente dell’io
si perde in un muro di folle,
il mistero diventa ragione e speranza.
Non bisogna rincorrere miraggi,
confrontare i limiti del finito e dell’infinito;
anche la banalità di un mistero
può diventare un mito e l’amalgama della coscienza di un popolo.
Il mito della vita eterna
Penso vi sia una relazione fra l’universo reale in 3 dimensioni e l’universo immaginario della matematica.
Ogni elemento della realtà può essere rappresentato tramite una o più funzioni di analisi matematica.
La rappresentazione non è passaggio da un universo all’altro. Il tramite è l’intellingenza e la conoscenza umana che ci dà la comprensione di questi due universi distinti.
L’idea di una vita dopo la morte appartiene all’immaginario senza conferme nella realtà. Con la morte finisce la capacità di intelligere, di fantasticare e unire al reale astrazioni fuori del tempo e dello spazio, quali la vita eterna.
Spento l’interruttore della vita l’uomo nel suo insieme sprofonda nell’universo reale delle 3 dimensioni; con la morte muore anche l’anima, la lampada sempre accesa sul nostro modo di essere.
Lasciamo il mito della vita eterna alle religioni, capaci di regalarci la più grande delle illusioni: l’eternità.
Alla vita
Sarà come entrare in chiesa a mezzanotte
senza il prete e le candele,
o uscire dall’osteria d’inverno
nella notte al freddo,
o tuffarsi nell’acqua al buio.
Sarà un attimoe l’anima non veglierà più
con la luce accesa,
ogni momento,
staccherà la spina
nel preciso istante in cui
mi sarei rassegnato
anche alla vita.
Finalmente “I Miti” è diventato un blog! Ora potete “liberamente” commentare (no voltarità e no spam, grazie
) i miei articoli e tempo permettendo sarò felice di rispondervi!
Dato che c’ero, ho pensato di cambiare anche l’aspetto del sito. Che ve ne pare? Vi piace la nuova versione. A presto!!
Il mito dell’eterna giovinezza
Il proverbio citato spesso dai politici e dai commercianti (oggi non c’è una separazione di fatto) è: “Dio ha creato il mondo, ma il diavolo lo manda avanti”.
Dato che il mondo è stato creato, la presenza di Dio non è più necessaria; viviamo con la presenza (indispensabile) del diavolo senza scomporci.
30 anni or sono i preti dal pulpito ammonivano:
- - se la donna è sana, anche la casa è sana!
- - se la donna è fonte di piacere, allora è pagana!
- - se la donna induce l’uomo al male (“gliela dà”), allora è diabolica!
Il mito dell’eterna giovinezza nel demonio, come nemico della umanità veniva più volte evocato durante i riti della cristianità
Oggi?
Non ci sono più dubbi!
Siamo in piena società edonistica, con il continuo adeguamento della religiosità alle nuove frontiere del peccato.
Il mito della bellezza è legato a il mito dell’eterna giovinezza.
Non invecchiamo più: i vecchi sono anziani, gli anziani non più giovani, e i giovani, beati loro!
Bisogna fermare il tempo e nel contempo correre freneticamente alla ricerca del piacere: è un’assurdità.
È un mondo rimpicciolito dal trasporto aereo, senza stagioni e senza età: tanto è in vendita e tutto si può fare; i miti del nostro tempo sono solo spot, ma la vita è un’altra cosa!
Lifting
I solchi sul viso
di donne mature,vissuto di amori,
peccati e dolori,
non ci sono più.
Il mondo è dipinto di Rimmel;
la facciata è costume e sostanza,
funzione e finzione.
Il lifting è la coperta più corta:
dagli occhi traspare la rabbia,
dai vecchi, la dura condannaper le troppe scatole vuote,
stirate e dipinte di Rimmel.

