Skip to content
Nov 8 11

Il mito del miracolo italiano

by Giap

San GennaroRecita Gof­fredo Mameli nel suo “Fra­telli d’Itali” scritto nel 1948: “Noi fummo per secoli cal­pe­sti e derisi per­ché non siam popolo per­ché siam divisi?”

Ales­san­dro Man­zoni nel suo “Marzo 1821″, non è da meno: “Divi­don i servi, divi­don gli armenti di un volgo disperso che nome non ha.”

C’è del vero sia in Mameli che in Man­zoni, prova ne è che per venirne fuori, per alli­nearci alle Nazioni Civili, l’Italia ha sem­pre avuto biso­gno di mira­coli e di eroi.

L’eroe Gari­baldi ci portò all’unità del Paese. Quin­tino Sella, mini­stro dell’economia, nel 1876 arrivò al pareg­gio di un bilan­cio sta­tale che era arri­vato ad un debito pari a 5 volte il Pro­dotto interno lordo, nel 1870. I ragazzi nati nel 1899, appena diciot­tenni, furono deter­mi­nanti nella con­trof­fen­siva sul Piave nel giu­gno del 1918, ed alla suc­ces­siva vit­to­ria a Vit­to­rio Veneto.

Alcide De Gasperi ci portò dalla monar­chia scon­fitta nella seconda guerra mon­diale alla repub­blica e alla demo­cra­zia nel con­te­sto dell’occidente.

Mira­coli ed eroi, eroi e mira­coli è un con­ti­nuo suc­ce­dersi di que­sti due fattori.

Riu­sciamo sem­pre a sal­varci per il rotto della cuf­fia e per le altis­sime qua­lità intrin­se­che degli ita­liani che, nono­stante, una forte com­po­nente di inca­paci e paras­siti fac­cia il pos­si­bile per tenere il Paese in una crisi per­ma­nente. La crisi serve ai diso­ne­sti, agli spe­cu­la­tori, ai ladri per sfrut­tare la grande uma­nità e civiltà di un popolo per il loro tornaconto.

E’ que­sto nono­stante che dovrebbe scom­pa­rire e farci diven­tare un Paese che non ha più biso­gno di mira­coli e di eroi per rima­nere civile.

Il mio Paese

Il mio paese

è vec­chio e sdentato

come mia madre.

E’ indul­gente fino alla colpa,

remis­sivo fino al peccato,

arren­de­vole ed inerme,

ansioso ed angosciato,

debole e stanco.

 

Non ha il corag­gio di comandare

per­ché ha sem­pre servito,

non ha la forza di punire

per­ché ha troppo sofferto,

non ha più lacrime per piangere

e tempo per cambiare,

è vec­chio e sdentato

come lo è mia madre

ed io amo il mio paese

come amo mia madre.

Jul 28 11

I miti dei social network (facebook e gli altri)

by Giap

I miti dei social net­work sono il più grosso imbro­glio favo­rito e sfrut­tato dal mondo eco­no­mico; par­tono da un’idea enco­mia­bile di demo­cra­zia e libertà di pen­siero attra­verso la libe­riz­za­zione dell’etere e fini­scono per impri­gio­nare un’intera gene­ra­zione in un labi­rinto virtuale.

Chiusi davanti ad uno schermo fluo­re­scente, un popolo di inter-nauti, naviga, si con­fessa, si scam­bia foto, indi­rizzi, in un’autentica orgia multimediale.

Tutte que­ste mastur­ba­zioni cele­brali danno l’illusione, a que­sta mol­ti­tu­dine di esseri soli e fru­strati di vivere, di capire l’essenza dell’esistenza; ma non è così. Sono in ritardo dallo spazio-tempo dei viventi: come una foto­gra­fia dà sem­pre una rap­pre­sen­ta­zione del pas­sato, così i social net­work memo­riz­zano una realtà già tra­scorsa. La vita è san­gue, sudore, sen­ti­menti, ansie, paure, amore, dolore, lotta, illu­sioni e bana­lità. C’è tutto que­sto nei miti dei social net­work? NO! Ci sono solo dei click. La sto­ria futura dif­fi­cil­mente si ricor­derà di quei click; ma a forza di click rischiamo tutti di finire nel nulla.

 

Nulla

Nulla è:
essere un gatto in casa
o un cane nell’aia,
aspet­tare avanzi di vita
e sen­tire nella povertà una catena
o la pelle come un confine.

Nulla è
nei monu­menti e nella sto­ria dell’uomo:
per ogni trionfo,
per i pic­coli passi,
milioni di uomini
sono finiti nel nulla.

Mar 3 11

Il mito della terra promessa

by Giap
Mose con in mano i dieci comandamenti

Dall’esodo bibi­lico degli ebrei dall’Egitto verso la terra pro­messa della Pale­stina, ogni gene­ra­zione ha inse­guito que­sto mito.

Por­tano i basti­menti per terre assai lun­tane, can­tano a burdo e sun napo­li­tane”; erano le parole di una vec­chia can­zone del secolo scorso.

Argen­tina, Bra­sile, Vene­zuela, Stati Uniti, Canada erano le mete della prima e seconda decade del secolo; Fran­cia, Ger­ma­nia dal 1920 al 1940, Bel­gio e Sve­zia dal 1950 in poi.

Oggi ne siamo immuni meno che nel pas­sato. Il cor­tile di vetro della tele­vi­sione glo­bale mostra in tempo reale l’erba del vicino, che come dice il pro­ver­bio è sem­pre più verde.

Nel 1987, l’episodio si esitn­gue; dagli 800 mila ita­liani che in media lascia­vano il Paese, si arriva ad una cifra pros­sima allo zero.

Da quell’anno (1987) inco­min­cia l’immigrazione, e l’Italia è una meta per molti dispe­rati, una terra pro­messa.

L’ondata più con­si­stente si ebbe per una decina di anni, dopo il crollo del muro di Ber­lino (09/11/1989).

Ad alcuni alba­nesi, sbar­cati da un gom­mone sul suolo di Bari, un gior­na­li­sta RAI chiese loro: “Che cosa vi aspet­tate di fare in Italia?”.

Uno si defi­niì pit­tore che si sarebbe accon­ten­tato di ven­dere i suoi qua­dri, anche a meno di 2  milioni di lire.

Un secondo, mil­lan­tava di essere uno scul­tore, che avrebbe messo in ven­dita le sue opera a par­tire da un milione di lire.

Un terzo, aveva le idee ancora più chiare: “Che biso­gno c’è di lavo­rare?! Io so con­tare i fagioli.”

Come sarebbe?”, chiese il giornalista.

Sì, mi sono alle­nato a con­tare i fagioli. Basta fare una tele­fo­nata a Pronto Raf­faella, la tra­smis­sione di Raf­faella Carrà e se si indo­vina il numero di fagioli, si pos­sono vin­cere decine di milioni.

L’Italia era una Terra Pro­messa tele­vi­siva per­chè RAI 1 era cap­tata da quasi tutti i paesi affac­ciati al Mediterraneo.

Oggi, ci si avvale del mezzo tele­vi­sivo per dare dell’immigrazione una infor­ma­zione alte­rata, per vari motivi, non escluso, quello elettorale.

Il fab­bi­so­gno di immi­grati da desti­nare ai “così detti” lavori umili o usu­ranti è di circa 300 mila unità. 290 mila entrano tran­quil­la­mente dai nostri con­fini a Nord, a Est, a Ovest, sulla ter­ra­ferma; circa 10 mila da Sud, via mare, su delle imbar­ca­zioni fati­scenti, can­di­date spesso al naufragio.

L’opinione pub­blica viene cana­liz­zata sul canale di Sici­lia, per non far sapere la vera entità del feno­meno. E’ un’ipocrisia. Negli ultimi 10 anni, gli immi­grati (rego­lari e irre­go­lari) sono aumen­tati di 3 milioni; non sono venuti tutti dal mare, ma con pul­man gior­na­lieri, voli char­ter e autovetture.

La tele­vi­sione, subli­mi­nal­mente, vende agli ita­liani stan­chi di fare lavori manuali la terra pro­messa del ritocco, del lif­ting, eterna gio­vi­nezza che molto spesso si risolve in un disastro.

I tele­gior­nali ci deli­ziano di poli­tici, can­tanti e attrici, che si sono fatti un tagliando; ma dice un ada­gio veneto “S’e pezo al tacon dal buso”, ossia “E’ peg­gio il rat­toppo del buco”.

Tenia­moci il buco, almeno sapremo se viviamo una realtà o una fiction.

Lif­ting

I sol­chi sul viso
di donne mature,
vis­suto di amori,
pec­cati e dolori,
non ci sono più.

Il mondo è dipinto di Rim­mel;
la fac­ciata è costume e sostanza,
fin­zione e funzione.

Il lif­ting è la coperta più corta:
dagli occhi tra­spare la rab­bia,
dai vec­chi, la dura con­danna
per le troppe sca­tole vuote,
sti­rate e dipinte di Rimmel.

Jan 22 11

I miti virtuali

by Giap
Lady Gaga

Il mito di Ste­fani Joanne Ange­lina Ger­ma­notta, al secolo, “Lady Gaga”, è il più emble­ma­tico nel mondo dello spet­ta­colo.
Non è bella, (l’altezza è mezza bel­lezza, dice un pro­ver­bio mila­nese); con i suoi 145 cm (155 cm, i dichia­rati), ogget­ti­va­mente può essere solo metà bel­lezza.
Non è sen­suale, è avvolta in invo­lu­cri di pla­stica, con cui ostenta una ses­sua­lità sur­reale ed arte­fatta, che scon­fina nel clau­ne­sco.
Non sa can­tare (non inter­preta, non si pro­pone, non seduce); il suo è un vociare rit­mato indif­fe­ren­ziato, arti­co­lato su basi musi­cali tutte simili.
Però è un mito, un feno­meno del nostro tempo.
José Mou­ri­nho è un mito del cal­cio; quello gio­cato passa in seconda linea di fronte a quello tele­vi­sivo. È un cri­tico pre­ciso e infal­li­bile di arbi­tri ed avver­sari; la loro demo­niz­za­zione, ha come effetto col­la­te­rale un’ipervalutazione di se stesso, del pro­prio ope­rato e di tutto il club.
Chiede ai pre­si­denti della squa­dra che allena un orga­nico qua­dru­plo e di fuo­ri­classe per assi­cu­rarsi in ogni momento una for­ma­zione vin­cente e paral­le­la­mente, togliere alle altre società quei pezzi pre­giati che le raf­for­ze­reb­bero.
Non rimane a lungo in una società. Tirando la mac­china sem­pre al mas­simo e fuori giri, se ne va prima della rot­tura del motore; se ne và da vin­cente con l’aureola del pro­feta e del mago.

José Mourinho

José Mou­ri­nho, un mito del calcio


Però lo “Spe­cial One” è un mito, un feno­meno del nostro tempo.
Tutte le atti­vità umane sono ormai con­ta­giate, ognuna da uno o più miti, vituali, sur­reali e di pla­stica. Sono figli della tele­co­mu­ni­ca­zione, tele­vi­siva ed infor­ma­tica; davanti allo schermo la realtà è defor­mata, degra­data, asser­vita.
Una mol­ti­tu­dine di moderni iloti ven­gono rapiti, da uno schermo fluo­re­scente che li priva delle quat­tro dimen­sioni cono­sciute per con­fi­narli senza spa­zio e senza tempo nell’assurdità di un mondo vir­tuale.
È un mondo che crea un pen­siero unico, a senso unico verso una para­lisi della civiltà per l’avvento bar­ba­rie. Di chi è la colpa?
La colpa non è della TV o del com­pu­ter, degli alle­na­tori, dei can­tanti o degli eletti. La colpa è degli spet­ta­tori, dei fan e degli elet­tori, che non con­tano per­chè non sanno contare.

La coscienza di un popolo

Quando la con­fu­sione tra­volge l’ordine
e la dispe­ra­zione è il quo­ti­diano,
quando l’eco morente dell’io
si perde in un muro di folle,
il mistero diventa ragione e spe­ranza.


Non biso­gna rin­cor­rere miraggi,
con­fron­tare i limiti del finito e dell’infinito;
anche la bana­lità di un mistero
può diven­tare un mito e l’amalgama della coscienza di un popolo.

Nov 14 10

Il mito della vita eterna

by Giap

Allegoria dell'immortalità, dipinto di Giulio Romano

Penso vi sia una rela­zione fra l’universo reale in 3 dimen­sioni e l’universo imma­gi­na­rio della matematica.

Ogni ele­mento della realtà può essere rap­pre­sen­tato tra­mite una o più fun­zioni di ana­lisi matematica.

La rap­pre­sen­ta­zione non è pas­sag­gio da un uni­verso all’altro. Il tra­mite è l’intellingenza e la cono­scenza umana che ci dà la com­pren­sione di que­sti due uni­versi distinti.

L’idea di una vita dopo la morte appar­tiene all’immaginario senza con­ferme nella realtà. Con la morte fini­sce la capa­cità di intel­li­gere, di fan­ta­sti­care e unire al reale astra­zioni fuori del tempo e dello spa­zio, quali la vita eterna.

Spento l’interruttore della vita l’uomo nel suo insieme spro­fonda nell’universo reale delle 3 dimen­sioni; con la morte muore anche l’anima, la lam­pada sem­pre accesa sul nostro modo di essere.

Lasciamo il mito della vita eterna alle reli­gioni, capaci di rega­larci la più grande delle illu­sioni: l’eter­nità.

Alla vita

Sarà come entrare in chiesa a mez­za­notte
senza il prete e le can­dele,
o uscire dall’osteria d’inverno
nella notte al freddo,
o tuf­farsi nell’acqua al buio.
Sarà un attimo

e l’anima non veglierà più
con la luce accesa,
ogni momento,
stac­cherà la spina
nel pre­ciso istante in cui
mi sarei ras­se­gnato
anche alla vita.

Nov 13 10

I miti è diventato un blog a tutti gli effetti

by Giap

Final­mente “I Mitiè diven­tato un blog! Ora potete “libe­ra­mente” com­men­tare (no vol­ta­rità e no spam, gra­zie emoticon, faccina sorridente ) i miei arti­coli e tempo per­met­tendo sarò felice di rispon­dervi!
Dato che c’ero, ho pen­sato di cam­biare anche l’aspetto del sito. Che ve ne pare? Vi piace la nuova ver­sione. A presto!!

Sep 16 10

Il mito dell’eterna giovinezza

by Giap

Donna con tacchi alti che apre la porta (che probabilmente la farà rimanere eternamente giovane)

Il pro­ver­bio citato spesso dai poli­tici e dai com­mer­cianti (oggi non c’è una sepa­ra­zione di fatto) è: “Dio ha creato il mondo, ma il dia­volo lo manda avanti”.

Dato che il mondo è stato creato, la pre­senza di Dio non è più neces­sa­ria; viviamo con la pre­senza (indi­spen­sa­bile) del dia­volo senza scomporci.

30 anni or sono i preti dal pul­pito ammonivano:

  • - se la donna è sana, anche la casa è sana!
  • - se la donna è fonte di pia­cere, allora è pagana!
  • - se la donna induce l’uomo al male (“gliela dà”), allora è diabolica!

Il mito dell’eterna gio­vi­nezza nel demo­nio, come nemico della uma­nità veniva più volte evo­cato durante i riti della cristianità

Oggi?

Non ci sono più dubbi!

Siamo in piena società edo­ni­stica, con il con­ti­nuo ade­gua­mento della reli­gio­sità alle nuove fron­tiere del peccato.

Il mito della bel­lezza è legato a il mito dell’eterna gio­vi­nezza.

Non invec­chiamo più: i vec­chi sono anziani, gli anziani non più gio­vani, e i gio­vani, beati loro!

Biso­gna fer­mare il tempo e nel con­tempo cor­rere fre­ne­ti­ca­mente alla ricerca del pia­cere: è un’assurdità.

È un mondo rim­pic­cio­lito dal tra­sporto aereo, senza sta­gioni e senza età: tanto è in ven­dita e tutto si può fare; i miti del nostro tempo sono solo spot, ma la vita è un’altra cosa!

Lif­ting

I sol­chi sul viso
di donne mature,

vis­suto di amori,
pec­cati e dolori,
non ci sono più.
Il mondo è dipinto di Rim­mel;
la fac­ciata è costume e sostanza,
fun­zione e fin­zione.
Il lif­ting è la coperta più corta:
dagli occhi tra­spare la rab­bia,
dai vec­chi, la dura condanna

per le troppe sca­tole vuote,
sti­rate e dipinte di Rimmel.

Down­load .pdf   icona documento pdf